20 Ottobre 2011

Nanowar (of Steel) - Into gay pride ride

copertina cd

Oggi rompo un pò gli schemi: album da PRENDERE A SCATOLA CHIUSA! Credo di non aver mai riso tanto come durante l'ascolto di questo Into gay pride ride. Nanowar è un nome una garanzia di divertimento assicurato in forma musicale. Ero affezionato alla power demenza di Other bands play, ma questo la straccia su tutta la scala, imponendosi come il nuovo punto di riferimento per la band di Gatto Panceri 666. L'intro lasciato alla famosa frase in italiano presente nella canzone Take the time dei DT ("Ora che ho perso la vista ci vedo di più") seguita dal classico suono di uno che scivola sulla buccia di banana ti mette subito di buonumore, insomma cominci a ridere a crepapelle senza sosta. Questo prima che erompa la super hit "Nanowar" anticipata dai video ufficiali su youtube della band sui tricicli. Un brano che dimostra non solo il lato comico della band italiana, ma anche la loro abilità di creare musica valida aldifuori della parodia o delle smaccate riedizioni di brani famosi. Il tutto sostenuto da una tecnica invidiabile dei singoli membri del gruppo. I cavalli di battaglia dei Nanowar ritornano qui e là, i ricordi dei vecchi album e delle vecchie canzoni riecheggiano (si ascolti Nanowar's prayer) facendo scompisciare, mischiando suoni e musichette note e meno note (si pensi alla musica che passa nel Blue Oyster di Scuola di polizia) per ottenere un mix decisamente insensato e, per questo, al limite del geniale.
Non ci fermiamo solo a questo, il rimando a luoghi dell'italia noti per la loro "bellezza" (Fiumicino, Busto Arsizio ecc...) così come ai clichè ed alla tradizione italiana è continuo e continuamente sfruttato per il loro scopo, fondamentalmente la parodia. L'accanimento contro Luca Turilli (a cominciare dal cambio di nome in Nanowar of Steel sulla scia dei Rhapsody of fire), se non si è un fan del chitarrista italiano più bolso e pacchiano, è sempre una fonte di risate assicurate. C'è da dire però che questa volta la band ha esteso le sue fonti di ispirazione, entrano nel lotto Louis Armstrong e "What a wonderful world" (Blood of the queens), la Lambada, Morricone e i Pink Floyd di "The Wall" (Odino and Valhalla), le canzonette romane e Pelù (The forest of Magnaccions), echi di Skid Row e glam metal anni '80 insieme a Shaggy (Surprise Love), ancora Shaggy (RAP-sody), parodie delle radio di musica disco (DJ Fernanduzzo), ricordi dei tempi che furono (Radio Grafia II), inni erotici in stile power epic tedesco da sempre punto di forza della band (Lamento erotico), prese per il culo di Amadeus (1vs.100) e "vaghissimi" riferimenti a Toto Cutugno e alla mitologia tolkkieniana (Karkagnor's Song). Insomma di carne al fuoco ce n'è parecchia, le riletture in chiave hard rock-epic metal sono perfette e a volte migliori dell'originale. Ascolto pluri-consigliato, soprattutto per chi ha amato alla follia i vecchi capisaldi della loro produzione e gradisce sentirne brevi citazioni tra una risata e l'altra, che davvero non mancano in questo glorioso, è proprio il caso di dirlo, "Into gay pride ride", tanto per sfottere un pò i Manowar, da cui nasce questo gruppo di buontemponi (album Into glory ride). Spettacolo.

Voto: 9

TRACKLIST:

01. Metropolis Pt.3 – The Legacy
02. Nanowar
03. Stormlord Of Power
04. The Nanowarrior's Prayer
05. Blood Of The Queens
06. Dj Fernanduzzo
07. Odino & Valhalla
08. Radio Grafia # 2
09. Surprise Love
10. Forest Of Magnaccions
11. Look At Two Reels
12. 1 Vs. 100
13. Lamento Erotico
14. Rap-sody
15. Karkagnor's Song – The Hobbit
16. Karkagnor's Song – In The Forest

 
02 Ottobre 2011

John Arch & Jim Matheos - Sympathetic Resonance

Copertina album

La mia stima per Jim Matheos è incondizionata, raggiunge vette prossime all'idolatria, quindi potrebbero esserci problemi di parzialità in questa recensione. E' altrettanto vero, però, che la fiducia nell'altro nome, John Arch, è molto bassa per via dei ricordi non proprio positivi delle prestazioni vocali quando era nei Fates Warning (The spectre within su tutti). Quindi direi 1-1 e palla al centro per usare una metafora calcistica. Anche perchè qui, signori, siamo particolarmente vicini all'essenza di quello che erano i Fates Warning nell'ultimo periodo Arch prima dell'arrivo di Ray Alder e successivo cambio di rotta, più la componente moderna apprezzata qualche anno fa in FWX. Veniamo ai fatti, come sapete John Arch e Jim Matheos sono amici di lunga data, condividono la stessa grande passione che ci unisce tutti e lo stesso Matheos ha partecipato alla stesura del primo album di Arch 'A twist of fate' oltre ad aver scritto con Arch gran parte delle canzoni dei primi tre cd dei Fates Warning. E così, tra un progetto degli OSI e le pause della sua band principale, Matheos si è imbarcato in questa nuova avventura. Col senno di poi i tempi di attesa del chitarrista americano, ma di origini greche, danno spesso i loro frutti perchè, ammettiamolo, siamo davanti ad un signor disco di cui andar fieri. Vorrei cominciare però da alcuni dati elementari, il cd contiene sei canzoni, poche in prima analisi, ma se andiamo a guardare il minutaggio ci accorgiamo che siamo vicini ai 55 minuti di durata, il che ci porta a vedere che almeno tre brani superano i 10 minuti, cosa che però non credo vi spaventi, soprattutto se venite dall'ascolto dell'ultimo dei DT! In secondo luogo, leggere l'organico della band che ha registrato il disco, per chi ama i Fates Warning, è commovente. Ci sono infatti nomi come Frank Aresti, Joey Vera e Bobby Jarzombek alla sezione ritmica, non gli ultimi arrivati, che fanno compagnia ai due monicker di questo progetto. Come detto l'album si pone in un ipotetico punto di incontro tra i moderni Fates Warning e la voce di Arch, quindi atmosfere cupe, intimistiche, agrodolci con quel misto di sofferenza ed ermetismo tipica delle ultime produzioni della band. La vera scommessa, almeno per me, era risentire Arch dopo molti anni, perchè per come si presentava l'umore dei brani Alder ci sarebbe andato a nozze, tanto che lo avrei visto bene come nuovo album dei Fates Warning. A dirla tutta i toni acuti di Arch mi avevano dato molto fastidio in passato, quando nella seconda metà anni '80 giocava a fare il Bruce Dickinson sia come timbro che come impostazione vocale, dimenticando che Maiden Fates facevano due generi diversi per melodia portante. Così ascoltavo abbastanza inorridito le sgolate di Arch che rovinavano le immense creazioni di Matheos, mostrando poco senso della misura e, in taluni casi, intonazione appropriata. Con questo lavoro, Sympathetic Resonance, mi sono dovuto in gran parte ricredere. Vuoi perchè gli anni passano e la voce perde di potenza, vuoi perchè Arch ha lavorato molto su uno stile più suo, bilanciando bene gli sfoghi di metal moderno del compagno di squadra. Riff stoppati, ripartenze, assoli, un basso che pulsa ininterrottamente, una batteria corposa (anche se non come quella di Zonder, il polipo delle pelli) ed il lavoro è fatto, in un bilanciamento molto vicino alla perfezione in alcuni casi ma su cui ancora qualcosa si poteva fare. E' il caso del brano di apertura "Electronically wired" che in alcuni passaggi mostra un pò troppo la corda con melodie forzate per poi però riprendersi con ritornelli ariosi veramente ben fatti, dove la voce di Arch in un certo qual modo "deve ancora scaldarsi" e prendere le misure all'atmosfera un pò sghemba del brano. C'è voglia di progressive in questo album, e si sente eccome, mischiando atmosfere settantiane negli intermezzi melodici, ricordando a volte gli Psychotic Waltz e, con una voce diversa, qualcosa degli Opeth. Ma è col resto dell'album che la band prende decisamente il via, sparando 5 brani di assoluta bellezza, che siano più psichedelici (Midnight serenade) o più squisitamente metal (Stained glass sky la cui versione integrale dura ben 14 minuti contro il promo tagliato di 5 minuti disponibile in rete, composto del blocco centrale della canzone) o più orientaleggianti con un tocco di irrequietezza (On the fence), o decisamente devianti (Any given day). Le chitarre di Aresti e Matheos sono particolarmente ispirate, per non dire schizzate ed a tratti nervose, rimandando come detto in maniera quasi naturale alla band d'origine in stile Disconnected ed FWX ma, per fortuna, non scendiamo nella copia palese. Insomma, questo disco ha una personalità sua e vita propria al di fuori dei Fates Warning, nonostante la curiosità di risentirlo cantato da Alder sia forte, se non altro per vedere le reali differenze con Arch ed il suo reale sviluppo come cantante dopo anni di silenzio. Si va a chiudere con una gemma oscura di una bellezza devastante, la dolce, melodica Incense and Myrrh, in cui Arch dà il meglio di sè stesso. Così come Stained glass sky è il simbolo della potenza heavy in grado di sviluppare la band, questa semi-ballata finale è il trailer, il manifesto di cosa questi cinque possano fare quando vogliono toccarti nel profondo e farti commuovere. Semplicemente da pelle d'oca.
Insomma, i miei giudizi su Arch sono cambiati in buona parte, anche se qualcosa resta ancora da fare, mentre quelli su Matheos continuano inossidabili ad essere prossimi all'idolatria, e questo lavoro ne è ulteriore dimostrazione.

Voto: 8

TRACKLIST:

01. Neurotically Wired
02. Midnight Serenade
03. Stained Glass Sky
04. On the Fence
05. Any Given Day (Strangers Like Me)
06. Incense and Myrrh

 
23 Settembre 2011

Dream Theater - A Dramatic Turn of Events

copertina album

C'era indubbiamente molta attesa nel panorama progressive metal per la nuova release della band del New Jersey, i Dream Theater. Infatti questa nuova fatica segue il drammatico (è proprio caso di quotare il titolo) cambio di eventi che ha portato alla fuoriuscita dal Teatro dei sogni dello storico batterista Mike Portnoy, fondatore insieme a Petrucci e Myung del quintetto ormai 20 e passa anni fa. Il suo posto, dopo vari provini, è stato preso nientemeno che da Mike Mangini, batterista poliedrico e dotato di una tecnica cristallina, nonchè docente a Berkelee, stesso istituto dove i membri dei DT si sono formati musicalmente durante la loro giovinezza. Come detto, c'era molta attesa di capire cosa avrebbero sfornato Petrucci e Rudess, dinamico ipertecnico ed ipertecnologico duo dietro gli ultimi lavori della band che, a detta mia, e di altri, dimenticano troppo spesso di essere una band di cinque elementi e non i loro progetti solisti. Prima di passare all'analisi specifica dell'album, una doverosa premessa: i DT sono il gruppo con cui ho conosciuto il prog metal, per me Images&Words insieme ad Awake sono i loro migliori album. In più questa estate ho riscoperto per curiosità Falling into Infinity, album da molti trascurato ma da me molto amato in queste settimane. Dico questo per non ricevere le solite accuse di pregiudizio verso la band sintomatiche di una mia presunta non conoscenza della stessa e dei suoi lavori, di cui, a parte il debut, non ho perso un cd. Possiamo passare cosi all'analisi dell'album.
Cominciamo dalla vera novità di questo lavoro, Mangini. Il batterista gioca a fare molto il Portnoy della situazione, ricalcando molto il suo stile anche se la differenza di tocco sulle pelli è notevolmente diversa, molto precisa ma manca quel "calore" che Portnoy riusciva ad infondere nelle sue esecuzioni. Di primo acchitto imputo questo alla produzione non proprio esaltante che dà fin troppo spazio alle chitarre di Petrucci. Portnoy apportava molto alla fase compositiva, Mangini è arrivato con i pezzi già praticamente fatti, ha dovuto solo fare la sua parte.
Myung ormai sono anni che viene dato per disperso, il suo basso da collante dei brani squisitamente prog delle origini si è fatto mero sottofondo ritmico senza più incidere con passaggi jam o assoli, e la cosa dispiace perchè è sempre stato, con Kevin Moore, il mio preferito nei quintetti che si sono succeduti man mano nella storia dei DT.
LaBrie, detto che ho apprezzato tantissimo come ha saputo risollevarsi brillantemente dopo gli inconvenienti alle corde vocali, reinterpretando in maniera egregia, anche grazie a lezioni, dopo anni certi brani particolarmente ostici della loro discografia per il canto, devo ammettere che lo ritrovo con una prestazione sottotono, pulita a livello tecnico e senza stonature (che comunque si correggono in sede di missaggio) ma "con poco fiato in gola", l'età insomma avanza.
Petrucci, si può discutere per ore se ci sia uno stretto legame di proporzionalità tra i suoi assoli al fulmicotone e il suo fisico sempre più massiccio, se è vero che in ipervelocità può far esplodere il mondo come si vede su youtube, però posso dirvi che quando si ricorda di essere un buon solista melodicogli sprazzi di vita degli anni '90 rifanno capolino sovente, molto apprezzata come cosa. Peccato che nel restante 70% del tempo cerca di far vedere quanto è sborone coi controtempi ed i ritmi sincopati a 200 di metronomo, oppure come sa fare il thrasher/nu metallaro, martellando come un ossesso e ricordando sovente cose fatte da Victor Smolsky dei Rage o da un qualunque gruppo prog power svedes. Provare 'Lost not forgotten' per credere alle mie parole. Puzza di dejà vu lontano un milione di anni luce. Qui e là cerca di rendere l'ascolto meno complicato, ma la ricerca dell'iper compresso già fin troppo sperimentata in Metropolis pt.2 ritorna sovente con risultati devastanti per l'attenzione, rendendo 5-6 minuti su 10 di brano del tutto inutili. E per fortuna che il tocco più operistico e sinfonico avrebbe dovuto riconquistare i fans!
Il che ci porta a Jordan Rudess, l'altro cappellaio matto che tra i suoi innumerevoli strumenti ora inserisce anche l'iPad. The dance of eternity non ha insegnato nulla, quella sequela invereconda di assoli uno incollato all'altro continua a ritornare fastidiosamente nei loro brani, come se fosse un must del tipo "ok ragazzi cominciamo bene. si dai un bell'intro melodico e poi via coi 17/16mi in 3/8 dove ci mettiamo questo poi io entro cosi e cambiamo ancora e ancora poi io vado supersonico qui e tu ti accodi a velocità doppia e poi grande stacco e ripartiamo al contrario magari con i polsi legati dietro la schiena e bendati appesa a testa in giù". Ok, sto esagerando, ma l'idea che ho ascoltando noiosissimi passagi tecnici allo stremo è questa. Quello che non capisco è perchè sprechino delle aperture maestose ed ariose in cui poi Petrucci entra con un assolo molto melodico ed intenso assecondato dal piano per triplicare in un quarto di secondo la velocità invece di far sfogare il tutto normalmente. Dovrebbero saperlo meglio di me che un brano non si scrive incollando un'idea qui ed una là, ma cercando la continuità di struttura come perno d'appoggio per eventuali jam meglio regolate od assoli. Insomma, chi ascolta deve sapersi raccapezzare nell'ascolto di un brano, non deve chiedersi "ma perchè qui fanno questo?!!?!"
Detto questo, se tralasciamo le due zuccherosissime "This is the life"e "Far from heaven" che non reggono minimamente il confronto con "The spirit carries on" o "Take away my pain" o "Silent man", se passiamo oltre alla già detta "Lost not forgotten" possiamo salvare qualcosa anche gli echi di un genere non loro sono ben più che marcati, ad esempio "Bridges in the sky", in cui dopo lo sfogo iniziale la melodia prende possesso della parte centrale ricordando vagamente i già detti album storici, e i cui assoli nonostante traballino pericolosamente sulla cresta tecnica-velocità-idee si salvano più volte saltando l'uno con l'altro. Io ci ho risentito molte atmosfere di Metropolis 2 e un richiamino ad Awake, senza però averne lo stesso spessore. Salvicchio anche "Outcry", nonostante sia fin troppo simile alla precedente "Bridges..." e il gioco di richiamo al genere che ora fanno i Lacuna Coil dopo un pò stanca. Insomma la band a detta di tutti una volta "10 anni avanti alla concorrenza" sta arretrando pericolosamente verso il palese riciclo. Salvo anche "Breaking all illusions" che si avvia molto bene, il brano tira col suo ritmo incalzante di tastiera, insomma si vede un lavoro diero molto più accurato dei brani precedenti, c'è un tentativo ben riuscito di amalgamare le varie fasi di questi 12 minuti. Gli assoli si integrano senza strafare, dopo la melodia c'è la giusta ripartenza a mantenere alta la concentrazione dell'ascoltatore ed i passaggi di Rudess sono finalmente incisivi, le sue aperture ariose e fluide, Petrucci si mette a sua completa disposizione ed invece di sovrapporsi entra quando la tastiera si sgancia, duettando molto bene. Finalmente un brano prog vero dopo anni di attesa in cui tutti i musicisti si fanno sentire senza primeggiare. Come dire, c'è ancora speranza dopotutto dall'altro lato dell'oceano. L'assolo centrale di Petrucci piace e conquista nonostante le accelerazioni repentine, ritorna maestoso e vibrante, apparte un paio di minuti successivi all'assolo dove la tastiera delira il brano mantiene un corpo strumentale molto apprezzabile prima di riesplodere nel refrain. Sì, questo brano mi è piaciuto, lo ammetto candidamente. "Beneath the surface" chiude il lotto, sembra scritta da una band pop americana mainstream per far innamorare le ragazzine, non dai DT, una sorta di contentino alla casa discografica che non lascia nulla...zero. Che dire di tutto questo, insomma, negli standard della band new yorkese da 13 anni a questa parte, niente di più niente di meno, riciclo da cosa va di moda, tanti assoli cuciti in un collage molto spesso inefficace o soporifero e tanta tecnica mal sfruttata. Suggerirei un brainstorming collettivo, o un ripasso a Berkelee di composizione ed armonie, non sia mai che i fasti perduti possano ritornare in futuro. Per ora annoiati, una canzone a parte, è la regola coi DT dai tempi di Metropolis pt. 2.

Voto: 5.5

TRACKLIST:

01. On The Backs Of Angels
02. Build me up, break me down
03. Lost not forgotten
04. This is the life
05. Bridges in the sky
06. Outcry
07. Far from heaven
08. Breaking all illusions
09. Beneath the surface

 
15 Marzo 2011

Black Country Communion - S/T

copertina album

Glenn Hughes è un personaggio immarcescibile del panorama rock mondiale, questo è assodato. Un arzillo vecchietto che ha superato da un pò i 50 anni, anzi fra poco ne festeggia 60) ma che non ha mai smesso di darci dentro sia col suo basso che con la sua voce. E così, non potendo starsene con le mani in mano a godersi gli anni del meritato riposo, riprende in mano il fido compagno di tante avventure (tra cui Deep Purple e Black Sabbath), chiama tre amici fidati e si chiude in sala di registrazione per dare il via ad un nuovo ambizioso progetto, i Black Country Communion. Avessi detto tre turnisti della domenica, i nomi sono Jason Bonham (figlio del Martello degli Dei John dei Led Zeppelin) alla batteria, Derek Sherinian (ex Dream Theater) alle tastiere e Joe Bonamassa alla chitarra, uno dei solisti più virtuosi del panorama attuale, tanto quanto i suoi sguardi ebeti nei video girati in sala registrazione con Kevin Shirley, produttore della band.
Il fulcro di tutto il lavoro è proprio Glenn, che non ha perso alcunchè della verve e del vecchio spirito anni '70-'80 quando prendeva parte nella stesura di album capolavoro come Burn e Stormbringer nel Mark III dei Deep Purple. E così l'anno scorso è uscito l'album omonimo di questo nuovo progetto, e subito si è imposto all'attenzione dei media perchè veramente carico di quelle atmosfere figlie dei due colossi del rock inglese sopra citati, oltre che di un'accurata sperimentazione combinata di hard rock, jam, funky e atmosfere noir da periodo Ronnie James Dio dei Sabbath. Come dire, io sono figlio di quegli anni e ancora li porto dentro di me, rimettiamo tutto a ferro e fuoco e facciamo innamorare nuovamente le vecchie (e nuove) generazioni del Rock con la R maiuscola. Ed in effetti vedendo il calibro delle canzoni ti viene da pensare che se i Deep Purple avessero tenuto lui e preso Bonamassa anni fa, alcuni album piatti dell'era Morse non sarebbero mai usciti, anzi, avremmo parlato di una nuova era dopo Blackmore. I riff sono solidi e compatti, granitici direi, Bonham dietro le pelli non si limita al lavoro d'ordinanza ma martella come il suo defunto padre, Sherinian non risparmia i suoi hammond. Chi stupisce è Bonamassa che ricorda i grandi guitar hero storici, da Page a Hendrix a Eric Johnso, in grado di supportare il brano con la ritmica avvolgente cosi come di investirci con assoli da tanto tempo attesi, sospesi tra la modernità più elementare e la ricercatezza made in anni '70. Semplicemente da applausi la presatazione canora di Hughes, certi acuti che eseguiva in Burn non si ripetono uguali ovvio, ma non siamo molto lontani dalle vette frantuma timpani di quell'epoca, la sua voce si fa più graffiante e vellutata al tempo stesso (si ascoltino ad esempio illuminante 'The great divide' e 'Beggarman'). C'è perfino spazio per riprendere in mano un suo vecchio brano, 'Medusa' del '70 e rivederlo in chiave moderna, dandogli una inaspettata scorrevolezza ed un impatto molto più efficace dell'originale. Come se non bastasse le jam interne dei vari membri non risultano mai pedanti, anzi si innestano con precisione allarmante nel tempo canzone, staccando le parti in maniera netta come per farci rifiatare, o darci un colpo di grazia. Certe volte sembrano perfino stoner.
Altro brano da sottolineare la dolce 'Song of yesterday', che ricorda le ballate degli Zeppelin (chi ha detto Stairway...????) in maniera tanto affascinante quanto personale, le atmosfere ricreate dal sottofondo di tastiera e dalle orchestrazioni diventano quasi epiche, di scuola Whitesnake mi verrebbe da pensare (ogni tanto il pensiero che d'improvviso apparisse e cantasse Coverdale mi è venuto ascoltandola). Ascoltatevi il crescendo finale col mugolio di Hughes, da pelle d'oca!
Strano ma vero ottimo anche il lavoro di produzione di Shirley, anche se un pò più di pienezza agli strumenti, una certa rotondità di suono, gliel'avrei data, ripulendo soprattutto l'equalizzazione della chitarra, ma è un dettaglio che la tecnica di Bonamassa ti fa sorvolare senza problemi.
E' stato annunciato di recente infine un tour per la primavera-estate qui in Europa, a ahimè di date italiane non vi è traccia, ingozzando i soci inglesi e teutonici. Speriamo cambino idea strada facendo inserendo una o due date, sarebbe veramente un delitto perdersi il debutto sorprendente di un progetto che, se sulla carta si dimostrava tanto pericoloso quanto la caratura dei personaggi, all'atto pratico ha travolto tutti nel settore con un lavoro prossimo al capolavoro.

Voto: 9

TRACKLIST:

01. Black Country
02. One Last Soul
03. The Great Divide
04. Down Again
05. Beggarman
06. Song Of Yesterday
07. No Time
08. Medusa
09. The Revolution In Me
10. Stand (At The Burning Tree)
11. Sista Jane

 
31 Gennaio 2011

Eluveitie - Everything Remains As It Never Was

copertina album

Gli Eluveitie sono un gruppo molto particolare. Giungono da un cantone della Svizzera e si sono fatti notare coi due album precedenti, Slania ed Evocation, per un sound folk metal atipico, andando a ripescare gli strumenti della tradizione celtica-gallica, tra cui la ghironda, oltre alle cornamuse, arpe e flauti.
Inoltre i testi erano scritti in quello che viene tramandato come gallico, o comunque la lingua parlata dalle popolazioni di derivazione gallo-celtica residenti al di là della dogana di Chiasso.
Se Evocation I era l'album onirico e sognatore, in cui tutto, testi e musica, era sospeso quasi in un'altra dimensione arabescata dagli strumenti acustici di cui sopra accennato, questo Everything remains as it never was, terzo album in tre anni, metabolizza parte di Evocation per riportare gli svizzeri entro i confini per cui si sono fatti conoscere, quel folk veramente metal che sconfina nelle lezioni scandinave di gruppi come gli Ensiferum.
Chrigel Glanzmann, leader e cantante della band, butta su disco un album veramente compatto ed a tratti particolarmente grezzo, in cui il metal si fa molto pesante e gli strumenti d'atmosfera rinsaldano l'idea viking che emerge brano dopo brano. Così se i refrain servono a questi strumenti per dipingere arabeschi molto interessanti e folkloristici, d'altro canto il celtic metal ascoltato non si discosta molto dai gruppi del genere, rendendo un fastidioso senso di dejà-vu in alcuni dei brani principali. Con questo non voglio dire che siano da scartare, anzi i brani sono molto scorrevoli e l'orecchio fatta una prima abitudine alla voce graffiante di Glanzmann riesce a trovare la quadratura del cerchio e l'orecchiabilità, scorrendole una dopo l'altra senza eccessiva fatica o noia. Sicuramente c'è da dire che le parti acustiche fanno la parte migliore del lotto, trasportandoti in un'altra epoca ed in un altro posto, lontano dal presente e dalla nostra quotidianità.
Il tutto rafforzato dall'aiuto alla voce di Meri Tadic ed Anna Murphy, che rendono il tutto più melodioso, oltre che a infilare qui e là in modo assai elegante i loro passaggi di violino e ghironda. Per darvi un'idea ascoltate Isara, Lugd'non' e The liminal passage, probabilmente tra i pezzi folk metal più armoniosi che abbia mai sentito, degni di stare nella colonna sonora del Signore degli Anelli o di film ispirati alla storia celtica o ai moti di ribellione scozzese del medioevo. Sempre che non preferiate l'epicità della titletrack o di Thousandfold, o Quoth the raven, molto vicina all'ultimo sound dei Dark Tranquillity, per non parlare della veloce e grintosa The essence of ashes.
Purtroppo però, come dicevo, manca l'acuto veramente determinante che ti rimane in testa su tutte, e ciò un pochino dispiace perchè comunque i brani sono molto validi e gli Eluveitie dimostrano per il terzo album di fila di avere un certo buon gusto per le armonie e le atmosfere epico-oniriche. Rimaniamo in attesa del prossimo album, per una conferma o forse il decisivo balzo al di sopra di tutti gli altri, dal momento che le capacità di confermare i buoni giudizi, le hanno tutte.

Voto: 7,5

TRACKLIST:

01. Otherworld
02. Everything Remains As It Never Was
03. Thousandfold
04. Nil
05. The Essence Of Ashes
06. Isara
07. Kingdom Come Undone
08. Quoth The Raven
09. (Do)minion
10. Setlon
11. Sempiternal Embers
12. Ligd’non
13. The Liminal passage

 
15 Ottobre 2010

Iron Maiden - The final frontier

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La vergine di ferro, insieme ai Judas Priest ed ai Saxon i creatori della NWOBHM (New Wave of British Heavy Metal). Il sestetto più conosciuto al mondo (del rock o no) insieme ai Metallica, da molti definiti le cariatidi dell'heavy metal, da relativamente poco ri-scoperti e ri-apprezzati dal vostro scribacchino dopo anni di buio.
Siamo sinceri, dal ritorno di Bruce Dickinson nella band (con l'album Brave new world del 2000), le uscite della band anglosassone hanno spesso lasciato a desiderare, forse per merito-colpa del duo Harris-Shirley in cabina di regia nello studio di registrazione, forse per la scelta di brani eccessivamente lunghi ed epici, o forse, come diceva comicamente un amico musicista nel settore dei Maiden "per un loro approdo al barrè al posto degli assoli". Come sempre, in questi casi la verità sta nel mezzo, ed è sempre e comunque una verità molto soggettiva che al fan sfegatato sembrerà irreale mentre all'attempato amante dei vecchi classici diventerà sempre più chiara.
Gli ultimi album dei Maiden in sostanza fanno sempre più discutere dividendo le frange dei fan in due parti, e di certo il voler strutturare intere scalette dei loro tour sui loro album appena usciti non fa che aumentare la frattura.
Insomma, se un annetto abbondante fa stavamo qui a lustrarci gli occhi col 'Flight 666 tour' in dvd, ora siamo ritornati ad esaminare il nuovo corso dei Maiden, e se dobbiamo farlo ascoltando il singolo 'El dorado', ci poniamo alcune domande basilari: hanno perso la bussola?
Non fraintendetemi, ce ne fossero di gruppi con la loro storia, in grado di piazzarti perle musicali in ogni loro album, anche il peggiore (penso ad esempio a The sign of the cross e The Clansman in Virtual XI e The X Factor), però se questa deve essere la canzone lancio, apriti cielo.
Confusionaria, troppo stirata la voce di Bruce, assolo così disperso nel mezzo della canzone a rovinare un inizio arrembante di chitarre che si presentava molto bene, bello diretto in stile cavalcate gloriose, poi il ritornello sfascia ciò che di buono si era fatto inizialmente. In più Bruce offre una prestazione vocale davvero discutibile (ma dopo anni al top il calo è prevedibile ed accettato, non può più essere la stessa sirena dei 20 anni).
Allo stesso modo, il secondo singolo, The final frontier, lascia alquanto perplessi per la sua banalità. Come già detto poi non si capisce l'eccessiva lunghezza di certi brani che potevano essere tagliuzzati qui e là ed accorciati guadagnandone in mordente ed attenzione da parte dell'ascoltatore.
Ciò che risalta subito è la scelta di tempi medi per ogni canzone, al fine da darne un tocco epico efficace solo per metà, e 'Mother of mercy' non aiuta certo a risollevare l'impressione dei primi due brani. 'Coming home' si presenta sulla falsariga delle ballad epiche degli ultimi album della band ma incide relativamente poco nel bilancio positivo, facendo rimpiangere Brave new world, album da me amato. Qualche passaggio è sicuramente degno di nota, ricordo dei vecchi Maiden, l'assolo centrale piace e cattura ma niente più.
The Alchemist...passiamo oltre, direttamente all'assolo verso la fine, ma la struttura della canzone al di fuori di esso non lascia minima traccia.
Isle of Avalon...forse la prima traccia veramente apprezzabile del cd, costruita su un crescendo spaziale e su una base prettamente instrumentale che mi ha molto coinvolto, l'uso del mid-tempo azzeccato dall'inizio del cd, anche se un taglietto al minutaggio ci sarebbe stato bene.
Ciò che salta all'orecchio purtroppo oltre alla qualità intrinseca dei brani è il mixaggionon proprio efficace, che fa suonare veramente male le chitarre e dando una perenne parvenza di eco, di effetto vuoto negli strumenti.
Starblind riprende il livello delle canzoni precedenti, abbastanza piatta e poco profonda anche per il contrasto accentuato tra la voce di Dickinson e il suono generale della band molto più basso. Ammetto di aver sbadigliato nell'ascolto, salvo il finale.
E poi arriva The talisman, che risolleva le sorti dell'album, nove minuti prettamente fondati sulla parte strumentale con un intro arpeggiato lento e quasi folk che nonostante presenta la solita pecca: nelle strofe Bruce usa una voce troppo acuta per il tono della canzone, quando in realtà nel ritornello il suo tono medio sarebbe perfetto per tutta la canzone per renderla forse LA canzone dell'album che dopo il live intro esplode in un buon refrain, sicuramente più interessante del resto dell'album fin qui ascoltato.
Discrete a chiusura dell'album 'The man who would be king' e 'When the wild wind blows', dove si rivede una traccia di ispirazione da vecchie volpi del palcoscenico.
Per il futuro della band, in attesa di feedback dal tour mondiale, un consiglio: cambiate produttore o, se non potete, chiudete Harris fuori dal sala mixaggio, si sa mai che venga qualcosa di più godibile anche tecnologicamente parlando, il 'nudo e crudo' oggigiorno paga sempre meno. Va bene la fede incrollabile ed incontaminabile, ma dall'altra parte della bilancia si deve mettere in conto che si suona da 30 anni e che prima o poi l'ispirazione viene meno e, forse, val la pena di usare l'esperienza più l'epicità.

Voto: 5

TRACKLIST:

01. Satellite 15... The Final Frontier
02. El Dorado
03. Mother of Mercy
04. Coming Home
05. The Alchemist
06. Isle of Avalon
07. Starblind
08. The Talisman
09. The Man Who Would Be King
10. When the Wild Wind Blows

 
14 Ottobre 2010

Alter Bridge - III

copertina cd

Li aspettavamo da un pò, dopo il riuscitissimo 'Blackbird' di qualche anno fa. Il quartetto di Tremonti, Marshall e Phillips, guidati da Myles Kennedy ritorna nei nostri stereo come la terza fatica, 'III'.
A differenza dell'uccello nero, il nuovo album si presenta sempre in chiave nettamente oscura, ma infondendo in maniera sparsa sprazzi ariosi e leggeri che rischiarano l'atmosfera del cd, lasciando intravedere una base di fondo "positiva", in netta contrapposizione coi suoni cupi e grevi che ammantano le 14 canzoni dell'album. I tempi dei Creed, da cui provengono Tremonti, Marshall e Phillips, sono lontani ormai, ma la sensazione è che i nostri recuperino il passato evolvendolo secondo una nuova strada a mio giudizio più che positiva. Bastano pochi ascolti di questa band per riconoscerla tra i tanti brand che oggigiorno il mondo del music business sforna a clonazione dei capofila.
Se 'One day remains' era il cuneo più orecchiabile e commerciale per sfondare tra gli appassionati del rock mainstream, con canzoni notevoli ma sicuramente alla portata di molte band moderne; se 'Blackbird' è il capolavoro oscuro e di difficile assuefazione per un orecchio poco allenato a certe sonorità, questo 'III' cerca di porsi nel mezzo dei due album, tendenzialmente spostato verso Blackbird più che verso il debut. Ciò che manca però a questo album è la HIT, la canzone che ti si stampa in testa, com'erano 'Open your eyes' e 'One day remains' nel primo album, 'Blackbird' e 'Wayward one' nel secondo. Infatti, per quanto le canzoni di III siano ben costruite ed eseguite dagli Alter Bridge, non ce n'è una che sovrasta le altre, preferendo un'amalgama costante dei circa 65 minuti di cui è composto l'album, in cui musiche e testi si srotolano in una luna storia di resistenza alle sofferenze patite nel passato per rilanciarsi nella vita presente e futura senza indugi o crogiolamenti.
Così come in 'Blackbird', l'impatto vocale e strumentale del singer Myles Kennedy (ex Mayfield Four) è devastante, rendendo sempre più netto il confronto con un altro mostro della musica rock-grounge, quell'Eddie Vedder leader dei Pearl Jam a cui Kennedy è stato spesso accostato per il suo modo di cantare ed interpretare i brani sfornati dai suoi compagni di viaggio.
Gli ascoltatori più soft impareranno ad amare 'Wonderful life', di una dolcezza struggente sospesa tra presente e passato delle nostre vite, che spingerà più di uno di noi a riguardarsi dentro e a rivivere i momenti belli della propria vita.
Chi invece ama scorrazzare nelle praterie dei riff stoppati, dei tempi serrati e dei suoni 'cazzuti' non potrà non amare 'Isolation' o 'Slip into the void', lasciandosi trascinare dall'istrionico singer e dalla sezione ritmica sotto di lui.
Pochi probabilmente avrebbero previsto anni fa un futuro cosi brillante per gli ex Creed, questa reunion sfociata negli Alter Bridge, poi sono arrivati tre album che hanno lasciato un'impronta marchiata a fuoco in questo genere da noi tanto amato, al punto da non far caso in certe situazioni ad una prolissità delle canzoni che tendono a trasportarti nei pensieri degli Alter Bridge più che a darti improvvise emozioni. 'III' è visto come un nuovo punto di partenza, una base di superamento degli ostacoli che si frappongono tra noi ed una vita felice, di fortificazione dello spirito a partire dalle vicissitudini ('I know it hurts', bellissimo e puro AB l'assolo finale). Blackbird è la pietra miliare un pò tetra, 'III' riporta la luce tra le ombre e riaccende la fiammella che assume dimensioni monolitiche in 'Life must go on' e nella conclusiva 'Words darker than their wings' in cui Tremonti duetta al micorofono con Kennedy.
Se avete amato Blackbird, fidatevi anche di 'III', non ne rimarrete delusi.

Voto: 8

TRACKLIST:

01. Slip To The Void
02. Isolation
03. Ghost Of Days Gone By
04. All Hope Is Gone
05. Still Remains
06. Make It Right
07. Wonderful Life
08. I Know It Hurts
09. Show Me A Sign
10. Fallout
11. Breathe Again
12. Coeur D’Alene
13. Life Must Go On
14. Words Darker Than Their Wings

 
08 Settembre 2010

In Memory of Dimebag Darrell



Reverend reverend is this some conspiracy?
Crucified for no sins
An image beneath me
Lost within our plans for life
It all seems so unreal
I'm a man cut in half in this world
Left in my misery...

The reverend he turned to me
Without a tear in his eyes
It's nothing new for you to see
I didn't ask him why
I will remember
The love our souls had
Sworn to make
Now I watch the falling rain
All my mind can see
Now is your (face)

Well I guess
You took my youth
And gave it all away
Like the birth of a
New-found joy
This love will end in rage
And when she died
I couldn't cry
The pride within my soul
You left me incomplete
All alone as the memories now unfold.

Believe the word
I will unlock my door
And pass the
Cemetery gates

Sometimes when I'm alone
I wonder aloud
If you're watching over me
Some place far abound
I must reverse my life
I can't live in the past
Loosen my soul free
Belong to me at last

Through all those
Complex years
I thought I was alone
I didn't care to look around
And make this world my own
And when she died
I should've cried and spared myself some pain....
You left me incomplete
All alone as the memories still remain

The way we were
The chance to save my soul
And my concern is now in vain
Believe the word
I will unlock my door
And pass the
Cemetery gates

The way we were
The chance to save my soul
And my concern is now in vain
Believe the word
I will unlock my door
And pass the Cemetery Gates

 
09 Luglio 2010

Rest in Peace Ronnie

Il 16 Maggio 2010 si è spento improvvisamente Ronnie James Dio, una delle più grandi voci della storia dell'hard rock e dell'heavy metal.

Domani avrebbe compiuto 68 anni.

La mia personale voce degli Angeli e dei Demoni, il mio Paradiso e il mio Inferno, il mio Cacciatore di Arcobaleni, cristallino esecutore di arabeschi vocali indimenticabili, il timbro di voce che non scordi mai, neanche in un milione di anni fa. Quanti di noi hanno nelle loro collezioni cd di Dio, Elf, Rainbow e Sabbath?
E' il momento di tirarli fuori e lasciarlo andare sospinto dai nostri addii più sentiti

Ciao Ronnie James, ci rivedremo nel Nirvana del Rock, tutti assieme...







 

Portal 2

Portal 2

Ci aveva salutati nel lontano 2007, il primo Portal, giochino creato da un giovane team di sviluppatori subito inglobato dalla Valve, la software house creatrice della saga di Half-Life, Counter-Strike, Team Fortress e del digital deliver Steam.
Il primo Portal era qualcosa di così cyberpunk nella sua struttura e nel suo finale da necessitare un sequel ufficiale. Tralasciando l'espansione Prelude, mod amatoriale molto più complessa dell'originale, Portal 2 segue il solco scavato dal primo titolo e ne aumenta le capacità con nuove interazioni ambientali grazie alla fida Portal Gun. Aperture Science coi suoi test è lontana, il miraggio della torta idem, la rocambolesca fuga dagli uffici evitando un atroce destino. Il congegno che ci aveva ingannato nel primo capitolo è stato sostituito da un nuovo robot dotato di voce propria, più spiritoso e collaborativo.

Lo scopo è sempre lo stesso, superare una serie di stanze in una struttura diroccata e collassante che era la vecchia Aperture Science sfruttando i poteri dei portali che saremo in grado di creare con la Portal Gun, e le interazioni con fluidi, vernici, condotti aspiranti evitando di volta in volta vari ostacoli, tutti rompicapo fisici più o meno complessi a seconda del prosieguo del gioco.

Ciò che mancava al primo Portal era proprio la longevità e una complessità di fondo che veniva persa nella prima metà del gioco per spiegare stanza dopo stanza come far funzionare i portali, tralasciando il grosso del divertimento alle ultime stanze ed alla fuga dove avevamo da sfruttare molte delle conoscenze apprese per vincere lo scontro finale.

Da quello che si può immaginare (i trailer per ora, il gioco uscirà nel 2011) si è rivisto molto per un'azione subito presente nel gioco e i nuovi modi di affrontare le stanze offrono svariate interpretazioni diverse dei vari congegni, tutte ugualmente funzionali allo scopo.

Musica ambient ed elettronica a corredo di un sequel che promette innovazioni tanto attese (sperate) dal primo acerbo ma quanto mai geniale Portal.

Ottimo lavoro Valve, state collegati per news e video in attesa del nuovo gioco, per ora deliziatevi coi trailer dell'E3





 
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